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Tra i castelli della Regia Curia, come si ha dai
documenti del 1269, figura anche quello di
Stilo. Questo era stato costruito da Ruggero il
Normanno sul Monte Consolino, luogo da cui si
poteva dominare meglio tutta la cittadina e la
vallata fino al mare Ionio. Per i tempi il
Castello di Stilo ebbe una grande importanza
strategica ed alla sua manutenzione erano tenuti
molti, enti e persone, come si rileva
dall’Archivio della Regia Zecca dell’anno 1281
al foglio 233. Lo storico Oreste Dito, nella sua
Storia calabrese scrive: “ I Normanni cercarono
di assicurarsi il dominio della Calabria,
occupando e fortificando i luoghi più forti
della regione mediterranea e montuosa. Dal 1054
al 1065 caddero in loro potere… Catanzaro,
Squillace, Stilo… Dal 1091 una linea di castelli
assicurò il dominio della regione interna, S.
Marco, Ajello, Martirano, Nicastro, Maida,
Mileto. Lungo il litorale Catanzaro, Squillace,
Stilo, Gerace”. Il Castello che s’innalza sulla
vetta del Consolino è strettamente legato allo
sviluppo di Stilo, che era anche circondata da
mura, torri ed altri baluardi opportunamente
eretti a difesa e in parte ancora esistenti.
Padre Apollinare Agresta, abate generale
dell’ordine basiliano, nel volume La vita di San
Giovanni Theristi del 1677, così parla del
castello di Stilo :”… per essere questo castello
assai forte sopra tutti gli altri della
provincia, era in quei tempi pregiatissimo a’ Re
e godeva alcune prerogative e fra l’altre, che
molti Baroni e feudatari, fossero obligati alle
di lui reparazioni”. Il castello di Stilo era
cinto da varie opere di difesa che lo rendevano
assolutamente inespugnabile. Di queste cinture
se ne possono identificare ancora parecchie
lungo l’erta del monte Consolino. C’erano
inoltre, sparsi qua e là, strategicamente, altri
posti di guardia e singole difese che potevano
rendere sempre più difficile, per non dire
impossibile, il passaggio al nemico, che avesse
eventualmente forzato le altre opere difensive.
In questi recinti si distinguono ancora tre
porte e due postazioni ricordate con il nome
delle antiche macchine (armi) di difesa che ivi
erano installate: ingenia e mangana. La cinta
bassa delle fortificazioni cominciava poco più
sopra della chiesetta bizantina La Cattolica.
Altri sbarramenti, serbatoi di acque e rifugi
precedevano il castello vero e proprio che aveva
fortificazioni autonome coronate da parecchie
torri semicircolari.
Al tempo di Carlo d’Angiò nel castello di Stilo
furono rinchiusi parecchi prigionieri politici a
cui vennero mozzati mani e piedi per avere
tentato la fuga. Una fuga non più possibile
quando le prigioni furono scavate sotto il
castello, sulla parete del Monte Consolino, là
dove la montagna di calcare sprofonda a picco e
a strapiombo per centinaia di metri. Ecco perché
quelle prigioni non avevano nemmeno una porta,
perché si poteva entrare o uscire soltanto se si
era calati o issati dall’alto con un paranco. Il
Castello vero e proprio era formato da un
complesso di fabbriche abbastanza esteso, di
forma rettangolare. Subito dopo la porta, due
possenti torri, posteriori al nucleo più antico,
difendevano l’entrata all’interno. Sulla torre
quadrata (chiamata d’Altavilla, con chiaro
riferimento all’epoca normanna), si apriva una
sala. Un’altra più grande, nella torre maggiore,
che aveva altre camere su tre piani. Vi erano
altri vani annessi alle cucine ed al forno.
Tutte le torri erano provviste di larghe
feritoie (a bocca di lupo) donde potevano essere
rotolati sassi, versato olio bollente ed altri
mezzi di difesa propri del tempo. Nella parte
centrale del castello c’era una chiesa o
cappella. Dai tetti, con opportune condutture
ricavate con tegole affrontate e con tubi di
coccio (ancora esistenti), si otteneva la
raccolta di acqua piovana che andava a finire in
una vasta cisterna che occupava lo spazio
sotterraneo sottostante ad una buona parte
dell’edificio centrale.
L’ultimo propugnacolo, una specie di piccola
acropoli, abbracciava il culmine del Consolino e
dominava il Castello. Un castellano di nomina
regia era preposto al comando della guarigione
che presidiava la fortezza.
Lo stipendio dei castellani era di due tarì al
giorno. Nei castelli come quello di Stilo non
dovevano essere ammesse donne. Tanto il castello
quanto le opere accessorie lungo il monte
cominciarono a subire gravi danni durante la
guerra tra Francesi e Spagnuoli. I Francesci del
Bonaparte, nel 1806, diedero il colpo di grazia.
Al castello va riferita una singolare leggenda
che richiama il tempo delle incursioni saracene,
durante le quali Stilo fu spesso assediata. In
uno di questi assedi la popolazione atterrita,
per suggerimento del suo protettore S. Giorgio,
si rifugiò sul monte. Ma perdurando l’assedio,
cominciavano a difettare i viveri e specialmente
l’acqua.
Allora il Santo ordinò che tutte le donne che
allattavano bambini raccogliessero in apposito
recipiente il latte: ne fu confezionata una
grossa ricotta che fu posta alla bocca di un
cannone.
Cadde sul campo nemico e i Saraceni a quella
vista giudicarono che non avrebbero potuto
prendere per fame la città, se aveva tanto di
cibo da regalarne perfino ai suoi nemici.
Così tolsero l’assedio ed andarono via. Il punto
dove la provvidenziale ricotta femminile cadde
ebbe in seguito il nome di Vinciguerra, nome che
dura tutt’ora. Ma oggi del castello normanno di
Stilo non restano che i ruderi. |
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